Sono stato iscritto per circa vent’anni, dal ’58 al ’78, ad un partito, quello socialista, prima in Lombardia e poi a Roma, e ho vissuto la stagione delle sezioni, delle federazioni provinciali e delle correnti. Che, all’inizio e per non pochi anni, ebbero per me un ruolo altamente formativo. Nelle sezioni si discuteva a viso aperto, accanitamente, persino troppo secondo qualcuno, a volte fino a notte fonda. A Roma, negli anni 70, da giornalista, mi infilavo nelle assemblee di sezione del Pci. Una volta, al Tiburtino, rischiai di dover votare dopo un dibattito, anche generazionale, addirittura bruciante fra chi ancora sosteneva la “superiorità” dell’Urss e chi parlava di America e di Europa senza paraocchi. Andavo per borgate vecchie e nuove e un punto ineludibile di riferimento erano le sezioni di partito, soprattutto quella del Pci. Poi, via via, le correnti sono degenerate in centri di potere e le luci delle sezioni si sono accese con sempre minore frequenza, fino a restare spente. Nel Psi, fallita la riforma ipotizzata dagli intellettuali di Mondoperaio, Bettino Craxi si era preso “tutto sulle spalle” il partito (come disse nel 1990) facendone un partito-persona. In direzione si discuteva pochissimo, e se qualcuno ci provava, veniva guardato come un pericoloso disturbatore. Nel Pci la vicenda è stata ancor più tormentata e complessa, dopo la Bolognina. E però quanto e come si discuteva prima di arrivare “a dare la linea”.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76573